La vecchia blogger e la new generation

La vecchia blogger e la new generation si sono incontrate qualche giorno fa durante un appuntamento di lavoro, e non è stato un incontro di piacere. A dirmi, in un paio di passaggi, che alcune mie idee e alcuni miei modi di agire fossero vecchi, è stato il mio interlocutore, presunto imprenditore digitale, di qualche anno più giovane di me, vestito come un bagnino di Milano Marittima: bermuda, felpa, cui mancava la scritta “Salvataggio” e anelli truzzi.

Da questo incontro è scaturita una mia riflessione su un tema molto cavalcato in Italia, soprattutto dai giovani, ovvero che questo sia un paese di e per vecchi, in cui venga dato scarso spazio e poco credito alle nuove generazioni. Qui a trent’anni, sei un ragazzo; a quaranta, un giovane professionista; e dai cinquanta, forse, inizi ad avere credibilità. L’esperienza è considerata un valore aggiunto e un professionista più attempato, di conseguenza, è considerato più affidabile di uno più giovane. La frase: “Bisogna dare spazio ai giovani” è un mantra che viene spesso ripetuto, anche se retorico e privo di significato. Lo spazio va conquistato e meritato, non preteso per ragioni anagrafiche, e non basta certo vestirsi come Fedez a passeggio con il cane della Ferragni, buttare lì qualche idea vaga, spacciata per avanguardia, proporre appuntamenti professionali al bar e scrivere progetti e preventivi di quattro righe in maniera stentata, per essere il nuovo che avanza.

I social e il web hanno aperto nuovi scenari e hanno dato vita a nuove professioni, prima tra tutte quella del blogger, ma ci vuole molto di più di qualche minchiata e un profilo Instagram fatto di jeans strappati, bottiglie di birra, magliette con tatuaggi a vista e dita medie in mostra, per essere giovani e credibili e non solo dei tamarri come tanti.

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