Il divano del produttore e la solidarietà femminile

Da circa una settimana pare che il mondo abbia fatto una scoperta sensazionale: il famoso divano del produttore hollywoodiano esisteva davvero, anzi no, non esattamente, perché più che un divano sarebbe stata una suite, quella dove il potente Harvey Weinstein fissava audizioni e colloqui con le attrici di turno, che recitavano il copione inginocchiate ai suoi piedi, e non in semplice prostrazione al Dio del cinema. Apriti cielo! Tutti quelli che sapevano e che per convenienza erano stati zitti, ora sono pronti a puntare l’indice, compresa la moglie, i cui abiti improbabili da meringa farcita per anni hanno vestito le star sui red carpet più prestigiosi.

In Italia la stampa e i social si sono divisi su Asia Argento, che ha denunciato pubblicamente, con vent’anni di ritardo, le molestie subite da Weinstein e di averle accettate come sacrificio sull’altare della carriera. Per molti è stata una vittima, per molti  altri no, certo è che la cosa più sconcertante è che un intero sistema, che per anni era stato complice di quest’uomo e delle sue malefatte, ora gli si rivolti contro, indignato, offeso, scioccato, e chi più ne ha, più ne metta. Davvero non si poteva parlare, non si poteva denunciare, non si poteva rifiutare? Non è che fosse più facile, più comodo, servisse alla carriera, servisse a vincere gli Oscar, e quindi più che violenze fossero scelte, difficili, sofferte, anche con conseguenze gravi, ma pur sempre scelte di donne adulte? E quindi non capisco perché in un mondo che non è né giusto né corretto e questi fatti lo raccontano chiaramente, improvvisamente s’invochi la solidarietà femminile, e le donne che non si sentono solidali con la Argento siano accusate di non essere alleate contro il nemico, e si parli di femminismo a caso e a sproposito. La Argento e le altre hanno preferito assecondare una molestia, pensando che sarebbe stato più conveniente che opporsi, assumendosene i rischi, compreso quello che qualcuno, un giorno, avrebbe avuto il diritto di non essere solidale con loro e con le loro vicende.

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